GAGLIARDETTI DELL’EST EUROPA

Grandi squadre che hanno espresso un gioco splendido negli anni venti e trenta e su cui oramai è sceso il più completo oblio. Oggi parliamo, attraverso i loro stendardi e simboli, di quelle compagini dell’Est Europa che rappresentavano a partire dagli anni venti la massima espressione del bel gioco del calcio nel vecchio continente. Tra queste le ungheresi Ujpest e Ferencvaros oppure, passando all’allora Cecoslovacchia, lo Slavia Praga del mitico František Plánička, il “portiere con il maglione”, fiero baluardo degli azzurri nella finale della Coppa Rimet del 1934. In tempi più recenti, invece, lo Steaua Bucarest campione d’Europa nel 1986 oppure il CSKA di Sofia, la squadra bulgara più titolata che riuscì ad approdare ad una semifinale di Coppa dei Campioni, nel 1967, contro l’Inter.

FERENCVAROS: Squadra fondata nel 1899 e rappresentativa dell’omonimo quartiere di Budapest, il Ferencvaros è la squadra più titolata dell’Ungheria avendo conquistato 31 titoli nazionali nonché 23 coppe nazionali. Nel 2006 ha conosciuto anche l’onta della retrocessione nella serie B magiara per poi tornare nella massima ribalta nazionale soltanto alcuni anni dopo. A livello europeo è l’unica squadra ungherese ad essersi aggiudicata trofei continentali ovvero la Coppa Città delle Fiere conquista nella stagione 1964-1965 battendo in finale la Juventus nonché nella Coppa dell’Europa Centrale o Mitropa Cup, la più vecchia competizione per club europea. Nelle insegne della squadra compaiono i colori bianco e verde con una maestosa aquila, simbolo presente nei gagliardetti in uso negli anni trenta. Il gagliardetto rappresentativo della squadra è quello relativo all’annata 1935, anno in cui gli ungheresi incontrarono la Roma negli ottavi di finale della Coppa dell’Europa Centrale.

Gagliardetto con l’iconico simbolo dell’aquila
Gagliardetto con l’iconico simbolo dell’aquila

UJPEST DOSZA: Altra squadra ungherese di grande lignaggio, vincitrice di due Mitropa Cup ed in semifinale nella Coppa dei Campioni 1973-1974 contro i futuri campioni del Bayern , l’Ujpest venne fondata, nell’omonima cittadina nel distretto di Budapest, nel 1899. Il gagliardetto in uso negli anni venti riporta, nei caratteristici colori bianco e lilla, il monogramma UTE (Ujpest Torna Egylet), denominazione che contraddistingueva la polisportiva magiara di cui la sezione calcistica era il fiore all’occhiello.

Gagliardetto in uso nel 1923
Gagliardetto in uso nel 1923

SLAVIA PRAGA: Dall’amore verso la pratica sportiva di un gruppo di studenti, nasce nel 1892, la polisportiva Slavia Praga che scelse i colori bianco e rosso, abbinati ad una stella rossa propiziatoria per i futuri successi della società. Negli anni venti i gagliardetti riportavano tali tonalità insieme allo stella rossa. Questi labari venivano consegnate in occasione di incontri internazionali, come ad esempio quello amichevole che la squadra ceca giocò nel 1927 in una tournée italiana di fine anno dove incontrò l’Alessandria.

Gagliardetto consegnato all’Alessandria il 31 dicembre 1927
Gagliardetto consegnato all’Alessandria il 31 dicembre 1927
Lo Slavia Praga schierato prima dell’amichevole con l’Alessandria (foto “Il Calcio”)
Lo Slavia Praga schierato prima dell’amichevole con l’Alessandria (foto “Il Calcio”)

CSKA SOFIA:La compagine bulgara nasce nel 1948 ed assume la denominazione CSKA (Centralen Sporten Klub na Armijata Červeno Zname – Club Sportivo Centrale dell’Esercito) nel 1962. Il gagliardetto di seguito si riferisce alla partita di Coppa delle Coppe giocata nel 1959 contro il Barcellona. All’epoca il nome della squadra bulgara era Centralen Dom na Narodnata Armija (Casa Centrale dell’Armata Popolare), abbreviato in CDNA. Tale nominativo venne mantenuto fino al 1962 quando si passò alla denominazione CSKA.

Gagliardetto incontro CDNA Sofia – Barcellona, Coppa delle Coppe 1959 – 1960
Gagliardetto incontro CDNA Sofia – Barcellona, Coppa delle Coppe 1959 – 1960

STEAUA BUCAREST: La più nota e vincente squadra romena nasce nel 1947 come rappresentativa calcistica dell’Esercito. Nel corso della sua storia la società ha cambiato più volte la sua denominazione. Nel periodo d’oro intercorso tra gli anni ’50 e ’60, costellato da numerosi successi a livello nazionale, la squadra aveva la denominazione di Casa Centrala A Armatei, denominazione mantenuta dal 1950 al 1961. Il relativo gagliardetto riportava strisce verticali rosse e blu con la caratteristica stella rossa simbolo della squadra con all’interno l’acronimo societario CCA.

Gagliardetto del CCA, precursore della Steaua Bucarest
Gagliardetto del CCA, precursore della Steaua Bucarest

Spero che questa breve rassegna, rappresentativa soltanto di alcune squadre dell’Est Europa, possa avere consentito di apprezzare la bellezza dei relativi labari rappresentativi di un pezzo della storia del calcio continentale.

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GAGLIARDETTI…QUANDO LA CURIOSITA’ E’ NEL RETRO

Parliamo oggi delle curiosità connesse con il retro dei gagliardetti. Dettagli o iscrizioni particolareggiate che, talvolta, rendono ancora più interessante un labaro. Facciamolo attraverso un rapido escursus, senza pretendere di essere esaustivo, ma con il convincimento di poter far apprezzare agli amici collezionisti anche queste simpatiche varianti.

Lo splendido gagliardetto dell’Iran che richiama i motivi di un tappeto orientale.
Lo splendido gagliardetto dell’Iran che richiama i motivi di un tappeto orientale.

IRAN F.A.: Attualmente, ritengo che il fantasioso gagliardetto dell’Iran vanti un curioso record del dettaglio. Mai, infatti, mi era capitato di vedere una così minuziosa sintesi riportata nell’etichetta apposta nel retro del gagliardetto. In essa vengono riepilogate: il nome del prodotto, il mese e l’anno di produzione, il nominativo del committente (la Federazione Calcistica Iraniana), il dettaglio del colore, la descrizione del motivo principale che adorna la fronte del gagliardetto, il nome del designer che lo ha realizzato nonché la Ditta produttrice. Impressionante davvero.

ROMA A.S.: La Roma anche rientra nel novero delle società che ai avvalgono di particolari marchi apposti nel retro dei propri gagliardetti. Nella corrente stagione, almeno fino allo stop causato dal lockdown, i labari della Roma avevano nel retro un curioso ologramma in bianco che, a fianco allo stemma della società, riportava due coppie di numeri. La prima indica il numero di serie assegnato (01 per il primo e via di seguito) mentre la seconda coppia, 08, esemplifica il numero di copie realizzate del gagliardetto. In buona sostanza l’esemplare marcato con ologramma 01/08 riguarda il gagliardetto che usualmente il capitano della Roma consegna all’avversario. Pertanto tale gagliardetto, per fato o per volontà, diventa – giocoforza – un oggetto di maggiore valore collezionistico trattandosi di materiale scambiato in campo.

BRADFORD (PARK AVENUE) F.C.: L’utilizzo del retro era una consuetudine in uso anche negli anni trenta in Inghilterra. Nello stupendo gagliardetto del Bradford F.C. adornato dallo splendido stemma araldico del club, sul retro è apposta un’etichetta a celebrare l’incontro disputato con gli austriaci del Wien F.C.. Questo gagliardetto in qualche modo precede la personalizzazione con i dettagli della gara, modalità sempre più spesso presente nei labari delle squadre continentali impegnate nelle competizioni UEFA.

Gagliardetto dei britannici del Bradford City F.C.
 Retro del gagliardetto del Bradford City relativo all’amichevole disputata nel 1932 con il Wien F.C.
Retro del gagliardetto del Bradford City relativo all’amichevole disputata nel 1932 con il Wien F.C.

RUSSIA: La Russia è un’altra Federazione che ha spesso prediletto ornare il retro dei propri gagliardetti con frasi o simbologie. Un esempio tra tutti gli esemplari utilizzati nel 1960 che nel retro riportavano una frase in russo “Ot Sovetskikh sportsmenov” ovvero “Da parte degli sportivi sovietici”. Messaggio dal tratto, forse, un po’ inquietante ma indubbiamente nobile se ricondotto all’essenza cavalleresca dello scambio del gagliardetto prima dell’inizio della contesa sportiva.

PORTOGALLO: Anche nel Portogallo, agli inizi degli anni settanta si utilizzava riportare nella lato “B” del gagliardetto delle indicazioni. Nella foto un esempio di una piccola bandierina riportante lo stemma araldico della città di Lisbona insieme alla stemma araldico del Portogallo, collocata nel retro del gagliardetto. Lo stemma della città lusitana era presente poiché l’incontro tra le selezioni juniores elvetica e portoghese venne disputato proprio a Lisbona.

USA: Chiudiamo la breve rassegna con un riferimento ai gagliardetti utilizzati dalla squadra nazionale a stelle e strisce. Qui l’originalità è presentata nello stemma della squadra abbinato ad un motto davvero (per loro) motivante: One Nation One Team – Una Nazione Una squadra.

Chiudo questo articolo con un pensiero rivolto verso un caro amico, un grande collezionista che qualche giorno fa ci ha lasciato. Alcuni dei gagliardetti presenti in questo scritto arrivavano proprio da lui. Mi sembra, in questo modo, di tenere viva la tua persona, l’umanità e lo spirito magnanimo che ti ha contraddistinto. Ciao Boncho!

Collection Selection:

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I ROSSI DI LIVERPOOL

Stemmi e gagliardetti del Liverpool F.C.

liverpool vs juve champions league 2005
liverpool vs juve champions league 2005

C’è una persona ed una frase che esprimono in maniera esemplificativa l’importanza e tutto l’attaccamento dei giocatori del Liverpool F.C. e della tifoseria per la loro squadra. La persona è un’icona dei reds, il mitico manager William (Bill) Shankly e la frase, la sua, è questa: “Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Posso assicurarvi che è molto, molto di più”. E’ certamente paradossale andare oltre la vita e la morte per il calcio ma così è per chi gioca e tifa Liverpool. E la stessa enfasi c’è quando all’interno di Anfield Road risuona, all’unisono, il canto dei tifosi del Liverpool “You’ll never walk alone” – non camminerete mai soli.

Shankly esultante davanti ai tifosi dei Liverpool
Shankly esultante davanti ai tifosi dei Liverpool

La leggenda dei rossi di Liverpool nasce nel 1892 quando John Houlding decise di fondare il Liverpool Football Club. Questa persona era l’affittuario dello stadio in cui da qualche anno giocava l’altra squadra di Liverpool, l’Everton Football Club. Quale era lo stadio? Per ironia della sorte Anfield Road ed il paradosso fu che Houlding, dopo che l’Everton trasferì la propria sede in un altro stadio, pensò utile, per mantenere attivo l’impianto sportivo, creare una squadra. Probabilmente il “papà” del Liverpool era un po’ a corto d’idee poiché chiamò la sua squadra Everton Athletic. Fu solo grazie al diniego della Football League che la denominazione societaria venne mutata in Liverpool Football Club. Non solo. Il colore scelto per le divise da gioco non fu il rosso, tonalità delle insegne cittadine, ma un abbinamento tra il bianco ed il celeste. Soltanto nel 1896, quattro anni dopo la fondazione, il Liverpool passerà al rosso.

Un’immagine del Liverpool risalente alla stagione 1892-1893
Un’immagine del Liverpool risalente alla stagione 1892-1893

Al contrario del colore delle maglie, per lo stemma le idee furono chiare sin dall’inizio. Infatti il simbolo scelto fu una copia dell’insegna araldica della città in cui compariva, oltre al Dio Nettuno e Tritone (a ricordare le tradizione marinaresche della cittadina inglese), le sembianze di una figura mitologica il liver bird, come lo chiamano gli inglesi.

Il primo stemma del Liverpool F.C.
Il primo stemma del Liverpool F.C.

Tale volatile, raffigurato a metà tra un cormorano (uccello presente nell’area di Liverpool) ed un’aquila, porta nel becco un ramoscello di ginestra che la tradizione esprime quale omaggio alla storica dinastia dei Plantageneti. Ancora oggi sulla sommità del Royal Liver Building di Liverpool è presente una coppia di statue raffiguranti lo storico simbolo cittadino con lo sguardo rivolto verso due lati opposti. Secondo la tradizione una di loro guarderebbe verso il mare aspettando il ritorno a casa dei marinai della città mentre l’altra avrebbe lo sguardo indirizzato alle donne ed ai bimbi, quale loro virtuale protezione.

I liver bird posti alla sommità del Royal Liver Building
I liver bird posti alla sommità del Royal Liver Building

Nel corso degli anni il Liverpool abbandonò le insegne araldiche cittadine e l’effige ricorrente sulle proprie insegne ritraeva la figura di questo volatile simbolo di devozione popolare.

Stemmi del Liverpool F.C.
Stemmi del Liverpool F.C.

In merito ai gagliardetti, il club inglese ha prevalentemente utilizzato esemplari in rosso e solo recentemente, a partire dagli anni 2000, è passato a gagliardetti in bianco. Nel dettaglio, nella seconda metà degli anni sessanta per le partite internazionali venivano realizzati stupendi gagliardetti in rosso che oltre a riportare il simbolo del club avevano, nella parte superiore del labaro, le bandiere nazionali delle due squadre.

Gagliardetto dell’incontro Liverpool – Honved Budapest quarti di finale di Coppa delle Coppe 1965-1966
Gagliardetto dell’incontro Liverpool – Honved Budapest quarti di finale di Coppa delle Coppe 1965-1966

La tradizione del rosso continua anche negli anni ottanta anche se i gagliardetti consegnati in occasione dei tornei continentali non riportano più i dettagli utilizzati negli anni precedenti ma semplicemente lo stemma e la denominazione della squadra.

Gagliardetto in uso negli anni ottanta
Gagliardetto in uso negli anni ottanta

Negli anni duemila vi è una netta inversione di tendenza ed i gagliardetti vengono realizzati in formato pentagonale con il nuovo splendido stemma, adottato a partire dal 1992 in occasione del centenario, che riporta un particolare di un noto ingresso dello stadio, lo storico Shankly Gate.

Nell’ultimo decennio i gagliardetti subiscono piccole modifiche (vengono introdotti i passanti e viene utilizzato una tipologia di tessuto differente da quella in uso negli anni 2000) ed entra in uso la prassi di utilizzare esemplari in rosso per le gare interne e bianchi per le gare esterne.

Gagliardetto del 2010 similare a quelli attualmente utilizzati
Gagliardetto del 2010 similare a quelli attualmente utilizzati

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ERAVAMO IL SANTOS DI PELE’

1962-Campeão-Mundial

Lima, Zito, Dalma, Calvet, Gilmar, Mauro, Dorval, Mengalvio, Coutinho, Pelè e Pepe. 11 giocatori in completo bianco, una squadra leggendaria che incantò il mondo vincendo, nei primi anni sessanta, due edizioni della Coppa Intercontinentale. Quella squadra che tutti inevitabilmente associano a O’Rei Pele, in realtà, aveva nelle proprie fila giocatori di classe indiscutibile come il portiere Gilmar ovvero Gylmar dos Santos Neves, Zito il faro della squadra e uomo spogliatoio per eccellenza, Pepe funambolica ala che realizzò 450 reti nel Santos e Coutinho un attaccante riconosciuto da molti come uno dei più forti giocatori “santisti”, secondo soltanto a sua Maestà Pelè.

Il Santos nasce nel 1912, espressione calcistica dell’omonima cittadina portuale brasiliana sita nello Stato di S. Paolo. Questa località, tra le altre cose, è nei ricordi di diversi italiani poiché nel grande porto di Santos sfilarono, a partire dalla metà del XIX, moltissimi connazionali sfuggiti alla miseria in Patria e speranzosi di potersi costruire una nuova e migliore vita in Brasile. Alla fondazione i colori della squadra erano il bianco e l’azzurro “guarniti” con decorazioni dorate.

Lo stemma in uso nel 1912
Lo stemma in uso nel 1912

A quei tempi le maglie erano una produzione assolutamente artigianale ed in breve tempo il club si trovò di fronte al dilemma di contenerne le spese di produzione. Fu così che il Direttivo societario, nel 1913, decise di ricorrere alla semplicità adottando maglie palate bianco e nere dove il bianco rappresentava la pace mentre il nero venne accostato, in maniera davvero originale, alla mobilità. Tale divisa nella realtà passò, anni dopo, ad essere la maglia per le trasferte mentre l’iconica bianca venne adottata per le gare casalinghe ricordando, nello stemma, i colori bianco e nero.

Come per le maglie, anche il primo stemma dei santisti ricalcava le tonalità originarie in bianco e azzurro. Uno strano aneddoto è, invece, legato all’annata 1915 quando il Santos dovette, per partecipare ad un torneo organizzato dalla Associação Paulista de Esportes Atleticos, cambiare denominazione trasformandola in Uniao F.C. con relativa adozione di un nuovo simbolo societario. Fu una fugace apparizione poiché ben presto si passò allo stemma che ancora viene utilizzato sulle maglie e nei gagliardetti, con l’aggiunta delle due stelle dorate a significare le altrettante vittorie conquistate, nel 1962 e 1963, nella Coppa Intercontinentale.

L’epopea d’oro del Santos passa anche attraverso i suoi gagliardetti, tra questi due particolarmente esplicativi. Il primo è quello che commemora le grandi vittorie dei primi anni sessanta ed in particolare quella storica della prima Coppa Intercontinentale nel 1962 ai danni del Benfica.

Gagliardetto in uso negli anni sessanta
Gagliardetto in uso negli anni sessanta

All’epoca l’Intercontinentale si giocava su due incontri e nella partita di ritorno il Santos, dopo essersi affermato nella partita di andata giocata al Maracanà, impartì una lezione di gioco al Benfica di Eusebio infliggendogli un perentorio 2-5 con un parziale che vedeva i “santisti” avanti per 5-0 fino a pochi minuti alla fine dell’incontro. Il secondo, invece, è il gagliardetto autografato da molti giocatori degli anni sessanta e che abbraccia due generazioni. Quella delle due coppe Intercontinentali e quella della seconda metà degli anni sessanta che vide la presenza, oltre alla già nutrita schiera di campioni, di giocatori come Carlos Alberto il terzino fluidificante che molti ricorderanno per il goal realizzato all’Italia nella finale della Rimet 1970.

Il Santos fu anche la squadra in grado di fermare addirittura una guerra. Questo avvenne alla fine degli anni sessanta quando il “dream team” brasiliano ricevette l’invito a disputare due amichevoli in Nigeria, in quel periodo sconvolta da una sanguinosa guerra civile. Il fascino del calcio e soprattutto il carisma del grandissimo Pelè e del Santos furono in grado di fermare, per alcuni giorni il conflitto. Paradossi e potere di uno sport, talvolta, anche miracoloso.

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IL GIGLIO E LA “VIOLA”

Breve storia di settant’anni di gagliardetti della Fiorentina

Il labaro della Fiorentina è certamente il simbolo per eccellenza di una delle più gloriose squadre italiane. Questo concetto viene anche ripreso nelle parole della Canzone Viola, l’inno della squadra che in una delle sue strofe così cita “…per essere di Firenze o vanto o gloria sul tuo vessillo scrivi forza e cuore e nostra sarà sempre la vittoria!…”. Non ci sono dubbi quindi. Nei gagliardetti della Fiorentina è espressa tutta la grande passione e l’attaccamento di una città che segue con vivissimo interesse la sua squadra. Ma aggiungerei anche che nel giglio rosso e nel viola trapelano anche la storia di una delle perle d’Italia, la splendida Firenze. Ma procediamo con ordine e ricordiamo, brevemente, il significato dei simboli e dei colori posti nei gagliardetti della Fiorentina, prima di presentarne una panoramica dagli anni cinquanta ai giorni nostri.

IL GIGLIO ROSSO

La leggenda narra che i Romani attribuirono il nome Florentia quale sinonimo di rinascita, commutandolo con l’arrivo della primavera, intendendo con ciò rendere anche onore alla Dea Flora. Inoltre, con ogni probabilità, a quei tempi, come oggi, la primavera si caratterizzava per l’intenso profumo dei fiori e l’acceso colore dell’iris che cresce rigoglioso nelle colline di Firenze e nella valle dell’Arno. Nel Medioevo il giglio fu eletto dai fiorentini a simbolo per indicare purezza, accostandolo al culto della Vergine Maria. Il primo giglio rappresentativo della città, in uso nel XI secolo ed utilizzato dai fiorentini nella prima Crociata, presentava, tuttavia, una significativa differenza cromatica rispetto all’attuale. Esso riportava, in effetti, un giglio bianco, verosimilmente a rafforzarne il significato di purezza, su fondo rosso. Fu nel 1266 per volontà dei Guelfi, al fine di indicare la vittoria sugli acerrimi nemici Ghibellini, che il giglio diventò rosso. Persino il “sommo” Dante ricordò in un canto del Paradiso della sua Divina Commedia il colore “vermiglio” assunto dal giglio. Tale simbolo, in quel periodo, si estese anche a vari comuni sotto l’influenza di Firenze con una significativa variante: il giglio doveva essere raffigurato privo degli stami che erano elemento esclusivo dello stemma di Firenze.

IL COLORE VIOLA

Oltre al naturale ricorso all’abbinamento con la colorazione dell’iris, esistono precise ragione per la scelta di questa tonalità da parte della Fiorentina. In verità nel 1926, l’allora Associazione Fiorentina del Calcio, utilizzava il bianco ed il rosso mutuati dallo stemma cittadino e dai colori dei due club antesignani (il Club Sportivo Firenze e la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas), congiuntamente ad un giglio rosso apposto sulle casacche.

La maglia biancorossa della Fiorentina in uso nel 1926
La maglia biancorossa della Fiorentina in uso nel 1926

Il passaggio al viola, a partire dal 1929, fu per una precisa volontà dell’allora Presidente Marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano. Certamente non fu la sorte associata all’aneddoto dell’errato lavaggio e del conseguente viraggio dei colori il motivo dell’adozione del viola. Una tesi indirizzerebbe la scelta del Marchese all’amichevole che la Fiorentina disputò in quel periodo contro gli ungheresi dell’Ujpest Dosza. La formazione magiara utilizza, nella circostanza, una maglia viola ed il Presidente viola rimase talmente affascinato dalla tonalità delle casacche del club ungherese tanto da adottarla per la sua squadra.

I GAGLIARDETTI

Nei labari è rappresentata l’evoluzione dello stemma della Fiorentina ed anche le sue alterne vicende societarie; esemplificativa quella espressa nel gagliardetto della Florentia Viola con simboli e denominazione assunti ex novo dopo la dissoluzione del club.

GLI ANNI CINQUANTA E SESSANTA

I gagliardetti di questo ventennio erano di rara bellezza e prodotti da un’industria fiorentina fornitrice anche delle maglie. Nella stagione 1956 – 1957 riportavano in alto a sinistra lo scudetto a ricordare il titolo di Campione d’Italia aggiudicato nella stagione precedente ed il giglio, in basso a destra, nella versione in uso sin dall’inizio degli anni cinquanta. Nel retro tale gagliardetto era presente una fascia tricolore.

Gagliardetto della stagione 1956-1957
Gagliardetto della stagione 1956-1957

Nella stagione seguente si passa dal formato pentagonale all’inusuale formato, per un gagliardetto calcistico, con due punte inferiori. Il giglio e l’iscrizione della stagione rimangono e vengono posti, rispettivamente, in capo al labaro nonché ai lati inferiori. Avendo perso il titolo di Campione d’Italia, lo scudetto tricolore non viene più riportato sul gagliardetto.

Gagliardetto in uso nella stagione 1957-1958
Gagliardetto in uso nella stagione 1957-1958

Alla fine degli anni cinquanta e nei primi anni sessanta i labari viola cambiano nel formato. Si passa, infatti al formato triangolare con il consueto stemma. Scompare l’indicazione della stagione sportiva.

Gagliardetto in uso negli anni sessanta
Gagliardetto in uso negli anni sessanta

Negli anni sessanta sui gagliardetti compare un giglio molto simile a quello dell’araldica comunale. Viene anche variata la forma con il rombo che presenta le estremità allungate.

Gagliardetto in uso alla fine degli anni sessanta
Gagliardetto in uso alla fine degli anni sessanta

GLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

Gli anni settanta confermano la tipologia di stemma in uso nelle precedenti annate. I gagliardetti cambiano, tuttavia, in qualità. Alle versioni finemente ricamate a mano si alternano quelle stampate realizzate in varie versione tra cui quella riportante i simboli delle vittorie ottenute a livello nazionale.

Gagliardetto in uso a partire dalla metà degli anni settanta
Gagliardetto in uso a partire dalla metà degli anni settanta

Si arriva così al 1981. Negli anni precedenti diverse squadre cambiarono la grafica del loro simbolo, spinti anche dall’esigenza di valorizzarlo ai fini del merchandising. Roma, Bari, Palermo si affidarono all’estro del Maestro Gratton mentre per la Fiorentina la famiglia Pontello, proprietaria della Società, decise per una rivisitazione del giglio che suscitò non poche critiche. Si passò, infatti ad un cerchio in bianco con apposto uno stemma stilizzato rosso che univa le sembianze di un giglio ad una lettera F. Tale simbolo venne anche utilizzato sulle maglie.

Gagliardetto in uso dal 1981
Gagliardetto in uso dal 1981

GLI ANNI 90 E 2000

Dai Pontello si passa all’era Cecchi Gori che vede il ritorno ad uno stemma più consono a quello della tradizione. Prende quindi posto nei labari uno stemma su rombo bianco e viola con il giglio rosso e le lettere A, C ed F – acronimo della denominazione societaria – ai suoi piedi. Di tali gagliardetti, che utilizzano a differenza del passato il bianco come principale, vengono realizzate versioni personalizzate con i dettagli degli incontri.

fiorentina 1998

La ripartenza dopo l’onta del fallimento nel 2002 passa attraverso il simbolo della città. Difatti l’amministrazione comunale concede a titolo gratuito l’utilizzo dell’insegna civica che compare pertanto nei labari insieme alla denominazione che abbina l’antico nome di Firenze (Florentia) al colore viola.

fiorentina florentia viola 2002

DECENNIO 2010

In questo decennio è confermata la colorazione viola principale in realtà già utilizzata nel periodo successivo a quello della Florentia Viola. In occasione delle partite di campionato viene inserito, in capo al gagliardetto, il logo della competizione e lo stesso vale in occasione delle competizioni continentali. In aggiunta, a differenza dei precedenti, nel 2015 viene scelto un viola scuro quale sfondo dei gagliardetti.

In dieci labari abbiamo passato in rassegna l’evoluzione di stemmi e colori di uno dei simboli viola. Il 10 numero dei grandi campioni, quello di coloro che hanno fatto la storia del calcio. Lo stesso numero indossato per anni dalla leggenda viola Giancarlo Antognoni, epico simbolo di un calcio fatto anche di figure come la sua purtroppo sempre meno presenti nel panorama calcistico nazionale.

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Il Rosso e l’Azzurro. La leggenda del Catania ed i suoi gagliardetti

“…U russu comu u focu da muntagna, l’azzuro comu u cielo e comu u mari, culuri ca mi fanno innamurari. E beddi comu a chisti non i ne…”. In queste poche parole contenute in una delle strofe di un inno del Catania, si ha l’evidenza di cosa rappresentino, per gli appassionati etnei, il rosso e l’azzurro. La scelta di queste tonalità risale alle origini del Catania ed è lo stesso statuto sociale che li stabiliva riferendosi al rosso dell’Etna ed all’azzurro del mare catanese. E questo binomio non ha mai abbandonato, oltre che le maglie della squadra siciliana, anche le relative insegne, i gagliardetti in particolare. Su di essi, nel corso degli anni, ha sempre trovato posto un altro iconico simbolo che la squadra ha mutuato dalle insegne cittadine: l’elefante, u liotru in catanese. Ma quale attinenza ha questo animale con la stupenda cittadina etnea? La leggenda narra che l’area di Catania fosse, nell’era preistorica, dimora di una specie di elefanti nani, inoltre, nel periodo arabo il toponimo cittadino era Balad – Al – Fil, ovvero Città dell’elefante. Nel 1239, l’illuminato re della Sicilia Federico II di Svevia, dopo una serie di rivolte da parte dei cittadini catanesi, decise di concedere a Catania il rango di “città demaniale”, atto che comportava la possibilità di poter liberamente scegliere anche le proprie insegne. E cosa poteva essere scelto se non l’iconica figura dell’elefante? In effetti i catanesi lo ritenevano un simbolo buono e, soprattutto, un emblema di forza e desiderio di rinascita. Ma non è tutto. L’elefante ha trovato un sentimento di così stretta vicinanza con la popolazione che ancora oggi esiste un motto che etichetta i catanesi veraci come “marca liotru”. A ribadire l’attaccamento cittadino a questo simbolo, nella centralissima Piazza Duomo fa bella mostra di se una stupenda statua, parte dell’opera barocca denominata Fontana degli Elefanti, con l’iconico animale realizzato in pietra lavica.

La statua con l’elefante al centro di Catania
La statua con l’elefante al centro di Catania

Passiamo ora a parlare dell’insegne del Catania Calcio con una breve rassegna di alcuni gagliardetti che hanno contraddistinto la storia della squadra etnea. Il primo esemplare è il labaro realizzato nel 1954, non un anno casuale nella storia dei rosso – azzurri. Il Catania, infatti, quell’anno approda per la prima volta in serie A. Il gagliardetto o per meglio dire il labaro che viene realizzato è pienamente rispondente, per bellezza del ricamo e finitura dei dettagli, all’importante traguardo sportivo raggiunto. Molto oculata anche la scelta di combinare l’anno di costituzione del Club Calcio Catania (1946) con il 1954 a rappresentare, attraverso, due annate, la storia della squadra. Quella stagione terminò in modo infausto per il Catania che, per effetto di un illecito sportivo, fu costretto ad un’immediata retrocessione nella serie cadetta.

A conferma delle analoghe fattezze dei gagliardetti utilizzati negli anni cinquanta, nel corso dell’amichevole giocata il 16 dicembre 1956 contro gli ungheresi dell’Honved capitanati dalla leggenda Ferenc Puskàs, venne consegnato un labaro rettangolare abbastanza simile a quello in uso nel 1954. Quella partita era parte della tournée italiana della compagine ungherese che la stampa dell’epoca definiva, non a torto, come la squadra più forte del mondo, fucina del cosiddetto “team d’oro” ungherese che strabiliò il mondo nei mondiali svizzeri del 1954. L’incontro terminò 9-2 per l’Honved e le cronache dell’epoca riportano un gol fantastico segnato da Puskàs con un tiro da oltre 50 metri.

Ferenc Puskàs, capitano dell’Honved Budapest, riceve dal capitano catanese Hansen il gagliardetto. Tra di loro un elegantissimo Lo Bello. Foto collezione Cocuzza
Ferenc Puskàs, capitano dell’Honved Budapest, riceve dal capitano catanese Hansen il gagliardetto. Tra di loro un elegantissimo Lo Bello. Foto collezione Cocuzza

Negli anni sessanta i gagliardetti cambiano formato e passano ad una versione triangolare partita nei colori rosso e azzurro. La loro fattura è sempre di grande pregio con il ricamo dello stemma societario compreso tra l’iscrizione Club Calcio Catania ed ai lati l’indicazione della stagione sportiva. Nel 1961 – 1962 il Catania è nuovamente in serie A e conclude il torneo in decima posizione con la grande soddisfazione della vittoria conquistata al Cibali contro i Campioni d’Italia della Juventus.

Il gagliardetto della stagione 1961 - 1962
Il gagliardetto della stagione 1961 – 1962
Una formazione del Catania della stagione 1960 – 1961. Nelle mani del capitano s’intravede il gagliardetto in uso all’epoca
Una formazione del Catania della stagione 1960 – 1961. Nelle mani del capitano s’intravede il gagliardetto in uso all’epoca

Negli anni settanta, nei labari va a scemare la bellezza ed il fascino traspirante dai fini ricami caratteristici degli esemplari in uso negli anni cinquanta e sessanta. Infatti i gagliardetti, mantenendo medesimo stemma e colorazione, sono realizzati in versione stampata. Tali insegne accompagnano parte dell’era del “Presidentissimo” Massimino, un’autentica “pietra miliare” nella storia della compagine etnea.

Gagliardetto in uso tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta
Gagliardetto in uso tra la fine degli anni settanta ed i primi anni ottanta

Negli anni ottanta i gagliardetti confermano gli standard ed i dettagli già utilizzati agli inizi del decennio. In controtendenza un gagliardetto che, nello stesso periodo, viene realizzato utilizzando uno sfondo bianco e con uno stemma del tutto diverso rispetto ai tradizionali canoni.

Gagliardetto realizzato negli anni ottanta
Gagliardetto realizzato negli anni ottanta

Negli anni novanta, si ritorna invece ai tanto cari colori rosso e azzurro ed all’interno del gagliardetto trova posto anche lo sponsor principale della squadra. E’ questo il caso dei labari in uso a partire dal 1997 in cui compare un logo con le lettere S e P, simbolo dell’azienda SP Energia Siciliana.

Gagliardetto in uso dal 1997 con la presenza dello sponsor SP
Gagliardetto in uso dal 1997 con la presenza dello sponsor SP

Si arriva quindi agli anni duemila e la caratteristica nei gagliardetti di questo periodo è la presenza delle strisce verticali rosse e azzurre in luogo della duplice partizione nelle medesime tonalità nonché il ritorno all’utilizzo a gagliardetti ricamati.

Gagliardetto ricamato realizzato negli anni duemila
Gagliardetto ricamato realizzato negli anni duemila

Negli anni duemila il Catania realizzò anche gagliardetti in versione stampata con le iscrizioni relative al campionato ed in totalità prevalente bianca nonché altri nella classica versione partita in rosso e azzurro.

Nel 2017, infine si ritorna alla colorazione che in termine araldici viene definita palata con righe verticali rosso e azzurre. Tale labaro durerà solo una stagione poiché nel campionato seguente i gagliardetti variano nuovamente riportando la novità della fascia orizzontale al di sotto dello stemma.

Nel segno dell’elefante e dei colori rosso e azzurro si sono evolute, nel corso degli anni, le insegne della squadra etnea. La speranza è che esse tornino presto ad accompagnare le gesta di una squadra a cui spetterebbero, anche per la passione e l’amore nutrito dai propri tifosi, ben altre e più gloriose ribalte.

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IL MILAN DI BERLUSCONI

Un’epoca di trionfi attraverso i suoi gagliardetti

1986 – 2017, trentun anni di vittorie nazionali e grandi imprese internazionali hanno fatto del Milan di Berlusconi una delle più grandi squadre di sempre. Ventinove trofei aggiudicati sotto la sua presidenza. Soltanto il presidente madridista Santiago Bernabeu ha vinto come lui.

Se dovessi, invece, scegliere le testimonianza che più rende l’idea di quella grandissima squadra citerei, indubbiamente, il titolo riportato nella cronaca della Gazzetta dello Sport dopo la vittoria della Coppa dei Campioni nel 1989. Agli albori della conquiste berlusconiane, la “rosea” scriveva “Così si gioca soltanto in Paradiso” per testimoniare la sontuosità di un calcio giocato in maniera magistrale e che avrebbe segnato un’epoca, come il quotidiano francese L’Equipe, all’indomani della vittoria rossonera, con lungimiranza prevedeva: “Il calcio non potrà più essere lo stesso”.

Gazzetta dello Sport del 25 maggio 1989

Il cammino di quella gloriosa squadra, dei suoi fantastici giocatori, di allenatori illuminati, di una dirigenza che faceva della passione per il Milan l’arma migliore, sono testimoniati anche attraverso i gagliardetti, quei triangoli di stoffa che i capitani del Milan hanno consegnato agli avversari e che riportano, idealmente, una storia dentro di loro. Quella delle grandi vittorie rossonere ma anche delle sconfitte brucianti. Qui di seguito ne troverete una piccola “antologia” costituita da undici gagliardetti, come gli altrettanti protagonisti di questo dream team, immaginando che ciascuno potrà ricordare la storia, anche personale, che c’è dietro di loro.

COPPA CAMPIONI 1988 – 1989

STELLA ROSSA – MILAN, Belgrado 9 novembre 1988
STELLA ROSSA – MILAN, Belgrado 9 novembre 1988
Stretta di mano tra Baresi e Stojkovic prima dell’inizio del recupero del 10 novembre. I gagliardetti erano stati consegnati la sera precedente (foto da magliarossonera.it)
Stretta di mano tra Baresi e Stojkovic prima dell’inizio del recupero del 10 novembre. I gagliardetti erano stati consegnati la sera precedente (foto da magliarossonera.it)

I gagliardetti milanisti, come in uso all’epoca, riportavano il ricamo in filo d’oro del nome della competizione in alto, due strisce orizzontali rosso e nere che delimitavano il settore in cui era riportato lo stemma societario e l’indicazione della partita. Il Milan nei suoi gagliardetti faceva altresì apporre lo scudetto tricolore laddove detentore del titolo di Campione d’Italia.

FINALE COPPA CAMPIONI 1989 – 1990

MILAN – BENFICA, Vienna 23 maggio 1990
MILAN – BENFICA, Vienna 23 maggio 1990

In questa stagione si passa dal ricamo a mano utilizzato nella precedente stagione a quello a macchina. Lo stile del gagliardetto, invece, rimane pressoché inalterato.

La formazione della finale di Vienna (foto da magliarossonera.it)
La formazione della finale di Vienna (foto da magliarossonera.it)

FINALE COPPA INTERCONTINENTALE TOYOTA CUP 1993

MILAN  - S. PAOLO, Tokyo 12 dicembre 1993
MILAN – S. PAOLO, Tokyo 12 dicembre 1993

Nel gagliardetto dell’infausta finale del 1993 scompare la ragione sociale (S.p.a.) dalla denominazione societaria. Per il resto rimangono inalterate le fattezze del gagliardetto.

L’undici della finale del 1993 (foto magliarossonera.it)
L’undici della finale del 1993 (foto magliarossonera.it)

FINALE SUPERCOPPA UEFA 1995

Arsenal - Milan (gara d’andata), Londra 1 febbraio 1995
Arsenal – Milan (gara d’andata), Londra 1 febbraio 1995

Il gagliardetto della finale di andata della Supercoppa dell’UEFA, vinta contro i londinesi dell’Arsenal, ha le stesse caratteristiche di quello utilizzato in occasione della finale della Coppa Intercontinentale contro il S. Paolo.

CAMPIONATO 1998 – 1999. Sedicesimo titolo

conquista del sedicesimo titolo

Con la conquista del sedicesimo titolo, il Milan realizza un gagliardetto speciale commemorativo. Nell’ovale dello stemma della società è presente l’acronimo ACM che sostituisce la scritta Milan presente nei gagliardetti degli anni precedenti.

FINALE CHAMPIONS LEAGUE 2002 – 2003

Juventus – Milan, Manchester 28 Maggio 2003
Juventus – Milan, Manchester 28 Maggio 2003

L’avvento della Champions League comparta l’adozione, nei gagliardetti, del suo logo come indicato in quello della finale contro la Juventus del 2003. In aggiunta, viene anche riportata l’iscrizione UEFA tra i dettagli dell’incontro.

La formazione schierata prima dell’inizio dell’incontro. Capitan Maldini porta con se il gagliardetto
La formazione schierata prima dell’inizio dell’incontro. Capitan Maldini porta con se il gagliardetto

SUPERCOPPA TIM 2004

Milan – Lazio, Milano 21 Agosto 2004
Milan – Lazio, Milano 21 Agosto 2004

In occasione della finale della Supercoppa TIM viene realizzato un gagliardetto che riporta l’indicazione della capitale libica come località di svolgimento. Nella realtà, il 2 agosto 2004 la Lega Calcio comunica che “per sopravvenuti ostacoli organizzativi” la finale si sarebbe tenuta a Milano in luogo di Tripoli. Il gagliardetto della partita riportava, comunque, l’iscrizione Tripoli.

FINALE CHAMPIONS LEAGUE 2006 – 2007

Milan – Liverpool, Atene 23 Maggio 2007
Milan – Liverpool, Atene 23 Maggio 2007

Il gagliardetto della finale vinta contro il Liverpool viene realizzato con identiche caratteristiche rispetto a quello impiegato in occasione della finale della Champions League del 2003.

La formazione rossonera al fischio d’inizio
La formazione rossonera al fischio d’inizio

FINALE SUPERCOPPA UEFA 2007

Milan - Siviglia, Montecarlo 31 Agosto 2007
Milan – Siviglia, Montecarlo 31 Agosto 2007

Contrariamente agli altri gagliardetti delle finali, in questo della Supercoppa UEFA non sono riportati i simboli della Federazione calcistica europea. Inoltre, nei dettagli dell’incontro, l’iscrizione Sevilla F.C. non è riportata in corsivo come nel caso dei gagliardetti realizzati per le finali precedenti.

FINALE COPPA DEL MONDO FIFA PER CLUB

Milan – Boca Juniors, Tokio 16 Dicembre 2007
Milan – Boca Juniors, Tokio 16 Dicembre 2007

Finale della Coppa del Mondo per club organizzata dalla FIFA. Nel gagliardetto della sfida, realizzato prima dell’inizio del torneo, non è presente il nome dell’altra finalista.

SUPERCOPPA TIM 2016

Juventus – Milan, Doha 23 Dicembre 2016
Juventus – Milan, Doha 23 Dicembre 2016

Il gagliardetto che chiude l’epoca delle vittorie. Il Milan si aggiudica, nella finale giocata a Doha (Qatar), il ventinovesimo ed ultimo dei trofei vinti nell’era Berlusconi.

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MANCHESTER UNITED: Gagliardetti e stemmi dei “diavoli rossi”

Manchester metà del XIX secolo, cuore pulsante della cosiddetta rivoluzione industriale ed in particolare della manifattura del cotone. Il mondo inizia l’era dell’industrializzazione ma non senza lati oscuri. Charles Dickens ne traccia nel suo “Hard Times – For These Times” uno spaccato. In una Manchester in cui la rivoluzione industriale aveva portato ricchezza, preoccupanti erano gli squilibri sociali e la piaga del lavoro minorile a cui molte fabbriche di cotone della città ricorrevano. In tutto questo vi è un elemento di congiunzione con il calcio ed è rappresentato dal cosiddetto Factory Act deliberato, nel 1850, dal Parlamento inglese. Con tale atto, l’orario lavorativo per donne e bambini viene limitato ed il Sabato il termine delle attività lavorative è fissato per tutti alle ore 14.00. Parrebbe arduo dirlo ma tale disposizione cambia le abitudini britanniche concedendo ai sudditi di sua Maestà più tempo libero. C’è chi lo trascorre nei pub a bere o peggio ancora, preso dai fumi dell’alcool a sfidarsi in immancabili risse chi invece viene attratto dal football che in quel periodo era diventato una sorta di palliativo per strappare la popolazione dai vizi e dagli ozi del fine settimana. A Manchester, quella che diventerà la leggenda dei “diavoli rossi” nasce nel 1878 per volontà di Fredrick Attock un dirigente della Lancashire & Yorshire Railway operante, presso il deposito di Newton Heath, cittadina alla periferia di Manchester. Il rosso delle divise del Manchester era solo per il futuro; la prima divisa del club antesignano del Manchester United era infatti gialla e verde, colori della compagnia ferroviaria. Occorreranno alcuni anni prima che il Newton Heath diventi Manchester United, esattamente nel 1902, quando John Davies, in maniera davvero rocambolesca e con un cane protagonista, rileva la società estinguendone tutti i debiti. Occorreva ora trovare un nuovo nome alla squadra. Chi proponeva Manchester Central, rifiutato poiché più consone a termini ferroviari che calcistici, chi Manchester Celtic anch’esso poco affascinante. “Manchester United” disse il magazziniere della squadra ed è troppo facile, ora, dire che convinse tutti. Quel magazziniere non era un semplice operario al servizio della squadra. Lui era Luigi “Louis” Rocca figlio del genovese Luigi senior che dopo essere emigrato nel Regno Unito aveva aperto un negozio di gelati nella periferia di Manchester. Questo ragazzo, sebbene non riconosciuto nella storiografia del Manchester, ne fu un silente protagonista fino alla morte nel 1950. Alla leggenda mancava l’ultimo tassello, quello del nuovo stadio. Il tutto si compie nel 1909 quando venne scelto, nel quartiere Old Trafford, la nuova “casa” del Manchester. Pensate un po’. Questo fantastico stadio è da 110 anni, come dicono i tifosi dei red devils, il teatro dei (loro) sogni. Alla fondazione venne deciso di adottare sulle divise da gioco, in rosso, lo stemma della città.

Concilio et Labore, Saggezza e Fatica recita il motto cittadino che diventa essenziale anche per la squadra. Nello stemma, sullo scudo bipartito, viene riportata un’imbarcazione a vela a rappresentate la vocazione al commercio della città ma anche a testimoniare la navigazione nel canale cittadino (ship canal), mentre nella sezione inferiore sono riportate tre righe trasversali gialle in campo rosso a ricordo dei tre fiumi cittadini. Questo stemma rimase in uso fino al 1958 anno che fa da spartiacque nella storia dei diavoli rossi. Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958. L’aereo che riporta a casa il Manchester dopo la partita di Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa, si schianta sulla pista dello scalo tedesco dove aveva effettuato una sosta. Muoiono 23 persone tra cui otto giocatori del Manchester. Dalla terribile tragedia si salvano, tra gli altri, l’astro nascente del Manchester l’allora ventenne Bobby Charlton e Matt Busby il leggendario manager dei red devils. La tragedia segna profondamente la squadra ed in segno di rispetto si decise di apporre un nuovo stemma sulle maglie le cui sembianze parevano ricondurre ad un’aquila. In realtà così non fu poiché il simbolo voleva rappresentare l’araba fenice, auspicio di rinascita dopo un così terribile evento.

Stemma utilizzato per pochi anni dopo la tragedia di Monaco
Stemma utilizzato per pochi anni dopo la tragedia di Monaco

A partire dal 1960 lo stemma sulle maglie e nei gagliardetti cambia. Si opta per uno stemma che rappresenta un particolare dello scudo cittadino con l’iconico veliero, simbolo peraltro condiviso anche con l’altra squadra cittadina, il Manchester City.

Logo in uso a partire dal 1960
Logo in uso a partire dal 1960
Gagliardetto utilizzato per una serie di amichevoli disputate nel 1962 in Spagna
Gagliardetto utilizzato per una serie di amichevoli disputate nel 1962 in Spagna

Il gagliardetto presentava soltanto lo scudo presente nell’araldica cittadina e non vi era ancora traccia del diavoletto. Già l’iconico diavolo rosso con il tridente che campeggiava sulle maglie di una squadra di rugby cittadina e di cui Sir Matthew Busby rimase così affascinato da farlo adottare nella simbologia dello United. Nasce così il nuovo stemma, dapprima realizzato in una versione a scudo con il veliero, oltre al diavolo e poi, dal 1973, nella versione che rimase in uso fino al 1998, quando nei due cartigli tra lo stemma venne deciso di apporre l’iscrizione Manchester United in luogo di Manchester United Football Club.

Questo stemma sulle rosse casacche dello United e sulle proprie insegne accompagnò le sempre maggiori vittorie nazionali ed in ambito internazionale fino ai giorni nostri.

English version

Manchester mid-19th century, the beating heart of the so-called industrial revolution and in particular cotton manufacturing. The world begins the era of industrialization but not without dark sides. Charles Dickens traces it in his “Hard Times – For These Times”. In a Manchester where the industrial revolution had brought wealth, worrying were the social imbalances and the scourge of child labour to which many of the city’s cotton factories resorted. In all this there is an element of connection with football and it is represented by the so-called Factory Act decided, in 1850, by the English Parliament. With this act, working hours for women and children are limited and on Saturdays the end of work activities is set for everyone at 2 p.m. It would seem difficult to say, but this provision changed British habits by giving Her Majesty’s Subjects more free time. There are those who spend it in pubs drinking or worse, caught by the fumes of alcohol to challenge themselves in inevitable brawls, those who instead are attracted to football that at that time had became a kind of palliative to wrest the population from the vices and ovations of the weekend. In Manchester, what would become the legend of the red devils started in 1878 by Fredrick Attock, an executive of the Lancashire &Yorshire Railway, operating at the Newton Heath depot, on the outskirts of Manchester. The red of Manchester’s uniforms was only for the future; Manchester United’s first kit was yellow and green, the colours of the railway company. It will be a few years before Newton Heath became Manchester United, exactly in 1902, when John Davies, in a really daring way and with a leading dog, took over the company extinguishing all its debts. The team had to be named. Those who proposed Manchester Central, rejected because it was more suited to railway terms than football, who were Manchester Celtic who were also unattractive. “Manchester United,” said the kitman, and it’s too easy now to say he convinced everyone. That warehouse worker wasn’t just a team worker. He was Luigi “Louis” Rocca son of the Genoese Louis sr who after emigrating to the UK had opened an ice cream shop on the outskirts of Manchester. This boy, although not recognized in the history of Manchester United, was a silent protagonist until his death in 1950. The legend lacked the last piece, that of the new stadium. It all took place in 1909 when Manchester’s new home was chosen in Old Trafford. Think about it. This fantastic stadium has been for 110 years, as the fans of the red devils say, the theater of (their) dreams.

At the foundation it was decided to adopt on the game uniforms, in red, the coat of arms of the city. Concilio et Labore, Wisdom and Fatigue recites the city motto that also becomes essential for the team. In the coat of arms, on the two-party shield, a sailboat is shown to represent the vocation to trade the city but also to witness the navigation in the ship canal, while in the lower section are reported three yellow cross lines in red field in memory of the three city rivers. This coat of arms remained in use until 1958, which served as a watershed in the history of the red devils. Munich, February 6, 1958. The plane that took Manchester home after the European Cup match against the Red Star crashed on the runway of the German airport where it had made a stop. 23 people die, including eight Manchester players. Manchester’s rising star Bobby Charlton and Matt Busby, the legendary red devils manager, were saved from the terrible tragedy. The tragedy deeply marks the team and out of respect it was decided to put a new coat of arms on the jerseys whose appearance seemed to lead to an eagle. In fact it was not because the symbol wanted to represent the phoenix Arabic, a hope of rebirth after such a terrible event.

Starting in 1960, the coat of arms on shirts and banners changed. Manchester United choose for a coat of arms that represents a detail of the city shield with the iconic sailing ship, a symbol also shared with the other city team, Manchester City.

The pennant only had the shield in the town’s heraldry, and there was still no sign of the devil. Already the iconic red devil with the trident that hung on the shirts of a city rugby team and of which Sir Matthew Busby was so fascinated that he adopted it in the symbolism of United. Thus the new coat of arms was born, first made in a shield version with the sailing ship, in addition to the devil and then, probably from october 1973, in the version that remained in use until 1998, when in the two carthages between the coat of arms it was decided to place Manchester United wording in place of Manchester United Football Club. This coat of arms on United’s red shirts and insignia accompanied the growing national and international victories to this day. The pennants of the article (except for that of the friendly match Real Murcia vs Manchester United) belong to the private collection of Marco CIANFANELLI (www.pennantsmuseum.com).

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Roma – Novara. L’amichevole della “pace”

1950 tratto da ilcalcioillustrato.it
Il gagliardetto dell’”amichevole della pace” consegnato da Tommaso Maestrelli (capitano della Roma) a Silvio Piola.

Winston Churcill diceva “…gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio”. Anche in questa circostanza il sottile e pungente umorismo di Sir Winston Churcill, aveva colpito il segno. Mai frase fu più adatta a descrivere quello che è il calcio per gli italiani. Tale aforisma è senz’altro davvero appropriato anche per il nostro racconto ossia quello del “polverone” che si sviluppò a seguito di una partita del campionato di serie A del 1949-1950 tra la Roma ed il Novara con l’”ineffabile” Sig. Pera, arbitro di quell’incontro, che si erge a protagonista negativo e la “coda” di una partita amichevole disputata nel settembre del 1950 per rinsaldare i rapporti tra le due società. Tanto clamore per una partita, in effetti, non si era mai registrato prima, tanto che il contestatissimo (dai novaresi) esito dell’incontro fu addirittura portato all’attenzione del Parlamento attraverso un’interrogazione al Governo da parte dell’Onorevole Tonengo con la quale si chiedeva di “…conoscere quali provvedimenti il Governo intenda far prendere agli organi sportivi dopo l’incontro Roma – Novara il cui esito, secondo l’unanime giudizio dei competenti, della stampa sportiva e degli sportivi, colpiscono profondamente la dignità dello sport italiano e gettano un’ombra di discredito su un’attività finora leale…”

Roma Novara CorrSport
Articolo dell’epoca

Ma procediamo per gradi ed andiamo al “fattaccio”. E’ il 21 maggio 1950 allo Stadio Nazionale (in seguito Stadio Flaminio) si gioca una partita di grande importanza che potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti sia delle Roma che del Novara entrambe invischiate, a due giornate dalla fine del campioanto, nella lotta per non retrocedere. Arbitro il Sig. PERA di Firenze la cui designazione, cosa abbastanza desueta per l’epoca, venne resa nota con congruo anticipo rispetto allo svolgimento dell’incontro. Si inizia e dopo sedici minuti il Novara passa inaspettatamente. Gol di Opezzo che con un tiro secco fulmina il portiere romanista Risorti creando vivissima apprensione nelle migliaia di tifosi romanisti, con il baratro della retrocessione che iniziava, in maniera, concreta, a materializzarsi. Fino a qui il direttore di gara, a parte l’inusuale numero di tiri da fermo concessi alla Roma e tali da rendere frammentato l’incontro, non aveva però dato il meglio di se stesso. Ciò avviene prontamente alla ripresa. Decimo minuto della seconda frazione di gioco e rigore (contestatissimo) assegnato alla Roma. Batte la massima punizione Arangelovich che spiazza il portiere e sigla il pareggio.

roma novara arangelo vichrig
Il rigore realizzato da Arangelovich

L’atmosfera diventa incandescente anche perché la Roma non sfonda, nonostante un palo colto da un suo attaccante, ed i minuti, inesorabilmente, passano. Occorre la vittoria ai giallorossi per evitare le “sabbie mobili” della zona retrocessione in cui sono coinvolte oltre al Novara anche il Bari ed il Como. Si arriva al trentasettesimo della ripresa ed è qui che accade, sotto la regia dell’arbitro Pera, l’imponderabile. Violento scontro di gioco tra il romanista Vella ed il novarese Ferraris II con quest’ultimo che, colpito fortuitamente da Vella allo stomaco, stramazza al suolo. Evidente fallo e conseguente interruzione del gioco necessaria. Il Sig. Pera ignora e fa continuare. Traversone in area. Il portiere del Novara viene palesemente ostacolato da alcuni giocatori e per Tontodonati è un gioco da ragazzi insaccare, di testa, il gol del vantaggio.

Tontodonati realizza il 2-1
Tontodonati realizza il 2-1

Apriti cielo! L’arbitro è accerchiato da almeno cinque azzurri novaresi e perde la pazienza anche la leggenda Silvio Piola che, imbufalito, protesta vivacemente e viene espulso. Un fotogramma dell’epoca sintetizza più di tutto la tensione scaturita dal gol giallorosso. In questa immagine l’arbitro sembra soverchiato dai furenti giocatori piemontesi.

Le proteste dei novaresi dopo la convalida del 2-1. Sulla destra un implorante Piola
Le proteste dei novaresi dopo la convalida del 2-1. Sulla destra un implorante Piola

Oramai non è più una partita ma un vero e proprio “rodeo”. E scatta anche la caccia all’uomo o meglio alle gambe dell’avversario anche per causa di Tontodonati che, nell’irridere un avversario in una fase di gioco, per poco non rimedia un possente calcione. Non è più calcio ma puro scontro fisico. All’indomani il Corriere dello Sport e la Stampa titolano come di seguito: “Uno scandalo” tuona il quotidiano piemontese mentre il Corriere dello Sport rimarca soprattutto l’aspetto sportivo con la Roma che esce fuori dal baratro della B.

Ma è ben poco di fronte al clamore che fu suscitato a seguire. Il reclamo del Novara sostenuto da evidenti e riconosciuti errori arbitrali, l’interrogazione al Governo, poi l’invalidazione della gara disposta dalla Lega, verdetto poi ribaltato dopo pochi giorni, dalla sentenza della C.A.F. che omologa il risultato dell’incontro confermando la vittoria della Roma. Alla fine sia la Roma che il Novara si salvarono ma quella partita portò degli strascichi nella Lega con altolocate dimissioni o meglio dismissioni. Dopo pochi mesi, il 3 settembre per l’esattezza, Roma e Novara si accordano per una partita amichevole per stemperare tutta la tensione accumulata in quell’incontro.

Articolo sull’amichevole Roma – Novara

Oltre all’esito, il valore aggiunto di questo incontro fu la stretta di mano iniziale tra i capitani Maestrelli e Piola che sancì la “pace” ed il gagliardetto consegnato a Silvio Piola che rappresentò la concreta testimonianza del cavalleresco termine della “singolar tenzone”.

Foto e articoli di stampa tratti dal sito www.asromaultras.org

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BARCA, BARCA, BARCA!

Gagliardetti e stemmi blaugrana

Més que un club. Più che un club. In queste quattro parole è racchiuso quello che il Barcellona rappresenta per la Catalogna. Non semplicemente una squadra di calcio ma l’elemento essenziale di aggregazione ed uno dei principali simboli di appartenenza dei cittadini catalani tifosi dei blaugrana. La leggenda di questa grande squadra nasce nel 1899 ed il fondatore è lo svizzero Hans – Max Gamper, giocatore del Basilea che s’innamora di Barcellona tanto da decidere di rimanere a vivere nella città per il resto della sua vita, cambiando anche il suo nominativo nel ben più noto Joan Gamper. Da lui parte l’idea di costituire una squadra e lo svizzero lo fa in maniera senz’altro originale. Sulle colonne del giornale “Los Deportes”, infatti, appare un suo annuncio con il quale Gamper chiede a chi voglia giocare a calcio di contattarlo. Rispondono in 11: 6 giovani catalani, due svizzeri (tra cui lo stesso Gamper), tre inglesi ed un tedesco che si ritrovano il 29 novembre 1899 per far nascere il mito del Barcellona con la denominazione di Fùt-bol Club Barcelona.

L’annuncio di Joan Gamper (chiamato Kans Kamper) da cui nacque il Barcellona
L’annuncio di Joan Gamper (chiamato Kans Kamper) da cui nacque il Barcellona

Ed i colori ed il simbolo di questa leggenda? Una delle teorie più accreditate per la scelta dei colori della maglia, risale direttamente a Joan Gamper che propose ed ottenne di riprendere i colori della sua squadra precedente, il Basilea.

Foto della prima formazione del F.C. Barcellona. Il fondatore Gamper è il terzo seduto.
Foto della prima formazione del F.C. Barcellona. Il fondatore Gamper è il terzo seduto.

Per lo stemma, invece, la scelta ricadde sul simbolo della città. Tale effige era costruita da una losanga “inquartata” che riportava nel primo e nel quarto quadrante la croce di S. Giorgio o S. Jordi patrono della città cosi come di Genova, mentre negli altri due quadranti era invece presente il vessillo della Catalogna costituito da quattro colonne rosse in campo giallo, retaggio dell’antico stendardo della Corona d’Aragona.

Il primo stemma del Barcellona in uso dal 1899 al 1906
Il primo stemma del Barcellona in uso dal 1899 al 1906

L’evoluzione degli stemmi dei catalani si caratterizza anche per due curiosi aneddoti. Il primo risale al 1910 quando Joan Gamper propose ai soci del club di dotare la squadra con uno stemma proprio. Fu così deciso di indire un concorso pubblico che venne aggiudicato al bozzetto presentato da un giocatore del Barca, Carles Comamala, che presentò un simbolo costituito da uno scudo arrotondato suddiviso in tre sezioni. Quella superiori, bipartita, presentava la croce di S. Giorgio e la bandiera della Catalogna. Al centro, invece, una fascia su cui era riportato l’acronimo del club (F.C.B.), mentre nella terza sezione trovava posto una palatura in azzurro e granata con il disegno centrale di un pallone. Esiste anche una versione secondo la quale lo stemma fu opera dello stesso Gamper che nel disegnarlo cercò di rifarsi a similari insegne utilizzate da squadre elvetiche. Questo stemma, sebbene non totalmente condiviso dalla dirigenza (uno dei soci co-fondatori, infatti, ribattezzò tale insegna, in segno di disapprovazione, la “pentola”), è passato, negli anni, attraverso piccole varianti grafiche e nelle tonalità e nella versione attuale ha sembianze similari allo stemma originario. L’altro aneddoto ha ben poco a che fare con lo sport. Correva, infatti, il 1941 ed il regime del “Generalissimo” Franco dispose due modifiche allo stemma del club. La prima, quella forse più semplice (ma è un eufemismo) da digerire, quella della “conversione” dell’acronimo del club dall’anglofono Football Club Barcellona (FCB) al più ispanico C.F.B. poiché la denominazione originaria della squadra venne tradotta in spagnolo. La seconda, invece, fu un immaginario schiaffo all’identità catalana. Francisco Franco dispose, infatti, che le quattro colonne rosse in campo giallo, rappresentative della Catalogna, fossero ridotte da quattro a due. Motivo? Il tradizionale vessillo doveva essere attenuato nei colori quasi a voler sopprimere, attraverso la sua massima insegna, l’identità di un intero popolo. Soltanto nel 1974 il Barcellona si riappropriò del simbolo originario e successivamente, negli anni duemila, un designer semplificò lo stemma con ulteriori lievi modifiche (furono ad esempio eliminati i puntini tra l’acronimo FCB) da cui scaturì lo stemma ancora utilizzato dalla squadra che ha passato indenne anche la tentata innovazione del 2018, quando sembrava decisa l’eliminazione dell’acronimo FCB dal logo.

Evoluzione degli stemmi del Barcellona
Evoluzione degli stemmi del Barcellona

Nei gagliardetti, invece, si fondono le tradizioni della squadra catalana attraverso i colori ed il suo storico simbolo. Di seguito una piccola rassegna che ripercorre settantadue anni del Barca, dal 1931 al 2003 attraverso i suoi labari

Gagliardetti e stemmi blaugrana, l’espressione della fratellanza e dello spirito di solidarietà che accomuna tutti i tifosi del Barcellona come perfettamente esemplificato nelle note del Cant del Barca, l’inno del Barcellona: “…tant se val d’on venim, si del sud o del nord, una bandera ens agermana…” ossia “…non importa da dove veniamo, se dal sud o dal nord, ci affratella una bandiera…”.

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